Meditinera

Le antiche rotte del Mediterraneo e la lunga via verso la cooperazione

Come ricorda lo stesso Erodoto( IV,152) “Una nave samia, di cui era comandante Coleo, in rotta verso l’Egitto fu spinta a quest’isola di Platea3 . I Sami, appreso tutto il fatto da Corobio4, gli lasciavano viveri per un anno. Ed essi, salpati dall’isola, si mettevano in mare, desiderando arrivare in Egitto, pur essendo spinti lontano dal vento di levante. E poiché il vento non cessava di soffiare, attraverso le colonne d’ Eracle giunsero a Tartesso sotto la guida di un dio5 . Questo emporio fino allora non era stato frequentato, sicché i Sami tornando indietro ritrassero dalle mercanzie i più grandi guadagni fra tutti i Greci di cui abbiamo sicura conoscenza, dopo Sostratos figlio di Laodamante, di Egina: con questi infatti non è possibile che altri contenda. I Sami, prelevati come decima di questi guadagni 6 talenti, si fecero costruire un vaso di bronzo a mo’ di cratere argolico; intorno ad esso ci sono teste di grifi sporgenti e lo dedicarono nel tempio di Hera,dopo avervi posto tre colossi di bronzo di sette cubiti, poggiati sulle ginocchia”.
Spirito d’ avventura, ma soprattutto interessi economico-commerciali spingono i Greci d’ Oriente verso l’ estremo Occidente, alle foci del Guadalquivir. Ma le parole di Erodoto ci consentono anche di far la conoscenza di un altro grande mercante dell’antichità, Sostratos di Egina, isola del golfo saronico, posta ad una certa distanza da Atene. Egli, a detta dello storico (IV,152), ritrasse enormi guadagni, dal commercio forse con la stessa Tartesso.
Il nome di Sostratos, d’altra parte, ricorre su un cippo-ancora rinvenuto a Gravisca, il santuario-emporio dell’ etrusca Tarquinia, dove ai Greci era consentito di vendere mercanzie ed acquistare prodotti dagli indigeni Etruschi. Stock di vasi del mercante egineta sono stati riconosciuti in numerosi vasi rinvenuti in area estrusca marchiati con S? ed in una lekythos proveniente dalla siceliota Gela. Se egli raggiungeva pure l’ iberica Tartesso, allora il quadro distributivo , assieme all’enorme ricchezza accumulata da questo mercante, consente di fornire un’idea del mondo degli affari che coinvolgeva la Grecia , le sue colonie ed il mondo indigeno: le acque del Mediterraneo erano solcate da Est ad Ovest e da Sud a Nord, e le relazioni commerciali consentivano di superare la diversità di etnie, di credi religiosi, di sistemi culturali. Omero ci fornisce un esempio emblematico di questo mondo degli scambi che supera ogni barriera, descrivendo la vicenda del cratere di Sidone, offerto dal Pelìde Achille in occasione dei giochi funebri in onore di Patroclo (Iliade, XXIII, 740 sgg.):“Subito per la corsa propose altri premi il Pelide: un cratere d’argento sbalzato, che sei misure teneva e per bellezza vinceva ogni altro su tutta la terra e molto, perché l’avevano fatto con arte gli esperti Sidoni; genti fenicie l’avevano portato sul mare sabbioso, l’avevano esposto nei porti, e poi dato a Tòante: prezzo per il figlio di Priamo, Licaone lo diede all’eroe Patroclo. Allora Achille lo mise in palio in onore dell’amico per chi fosse più rapido coi piedi veloci”. Ne venne in possesso l’astuto Odisseo, che, avendo pregato nel suo cuore Athena occhio azzurro, prevalse su Aiace, inciampato sul fimo dei buoi abbattuti per i sacrifici funebri.
Sui commerci e sulle piraterie dei Fenici, d’altra parte, canta ancora Omero nell ’ Odissea (XV,415) allorquando il porcaro Eumeo narra ad Odisseo le pietose vicende di sé stesso rapito grazie alla complicità di una schiava fenicia e venduto ad Itaca al generoso Laerte: “ Un giorno Fenici vennero, navigatori famosi, furfanti, cianfrusaglie infinite sulla nave nera portando…Quelli, un intero anno nel nostro paese restando, nella concava nave molte ricchezze trafficando ammassarono…Calò il sole e tutte le vie s’oscuravano; noi fummo al porto bellissimo, andando veloci; e là di quei Fenici era l’agile nave. Allora saliti navigavano sentieri d’acqua, presi a bordo anche noi. Zeus il vento gli mandava. Sei giornate di seguito navigammo di notte e di giorno…A Itaca spinsero quelli vento e acqua, portandoli, e qui Laerte mi comperò coi suoi beni; così questa terra ho visto con gli occhi”.
Ma agli antichi popoli che abitavano le coste del Mediterraneo non bastava percorrere per lungo e per largo il piccolo mare, li incuriosiva l’ampiezza dell’ oikoumene, volevano raggiungere il grande Oceano che circondava la terra a Nord e a Sud, ad Est e ad Ovest. Narra ancora Erodoto (IV,42) : “È chiaro infatti che la Libia è cinta tutto intorno da acque, tranne per quanto confina con l’ Arabia, avendolo dimostrato, primo fra quelli che conosciamo, Neco re d’Egitto, il quale dopo che ebbe fatto interrompere lo scavo che portava dal Nilo al golfo Arabico, mandò dei Fenici su navi, dando loro ordine che al ritorno, passando attraverso le colonne d’ Eracle, navigassero fino al mare boreale e per questa via ritornassero in Egitto. I Fenici, dunque, partiti dal Mar Rosso navigavano sul mare Australe. Ogni volta che sopraggiungeva l’autunno approdavano e seminavano la terra, nel punto della Libia in cui ogni volta nel corso della navigazione erano arrivati, e attendevano lì la mietitura. Poi, mietuto il grano, si rimettevano in mare, in modo che, trascorsi due anni, al terzo doppiate le colonne d’Eracle, giunsero in Egitto.

3 In Libia.
4 Naufrago cretese.
5 Probabilmente vicino all' odierna Huelva, nella Spagna meridionale, alla foce del Guadalquiivir.

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